Utopia o realtà? Vivere su un’isola nel bel mezzo dell’Oceano è forse già realtà. In un futuro non troppo lontano non sarà poi così strano prendere un traghetto per tornare a casa dal lavoro in un quartiere costruito sul mare. Vivere sull’Oceano non sarà più fantascienza, ma sarà un luogo comune fare la spesa, andare in un ristorante, a scuola o in ospedale su queste piattaforme giganti ormeggiate ai fondali e resistenti ai venti e agli tsunami.

In questo ambito, risale al 2019 il passaggio da progetto utopico a realizzazione concreta. L’ONU ha sottolineato ufficialmente l’interesse per i progetti di città galleggianti, tra cui quello della start-up Oceanix. Sviluppato dallo studio di architettura danese Bjarke Ingels Group (BIG), e da rinomati istituti di ricerca, come il MIT, il concept prevede lo sviluppo di piattaforme modulari di 2 ettari che possono ospitare 300 abitanti ciascuna. Collegate tra loro, queste unità possono formare una comunità unita e autonoma di 10.000 residenti.

Questa nuova Atlantis sarà ecologica al 100%. Non solo non si tratta di “concretare” i fondali come temuto da alcuni critici del progetto, ma il progetto è ecologico, e le città sono autonome. Le piattaforme traggono la loro energia dal sole, dal vento e dalle onde. Usano acqua di mare desalinizzata, producono frutta e verdura utilizzando coltivazioni fuori suolo, sviluppano fattorie subacquee senza pesticidi per allevare pesci e crostacei. “Non consumano risorse, ma al contrario, permettono all’oceano di rigenerarsi” , riassume Marc Collins Chen. Per l’amministratore delegato e co-fondatore di Oceanix, di origine polinesiana, dobbiamo smettere di opporci all’attività umana e alla sopravvivenza degli oceani.“Gli esseri umani possono vivere in una città galleggiante in armonia con la vita sottomarina”, sottolinea. Dopotutto, i popoli dell’isola lo sanno fare da millenni.

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